Harambee - All together for Africa è il progetto di solidarietà nato in occasione della canonizzazione di Josemaría Escrivá (
www.josemariaescriva.info ), fondatore dell'Opus Dei, grazie ai donativi ed aiuti dei partecipanti alle cerimonie e di molte altre persone ed istituzioni in questi anni.
Harambee promuove iniziative di educazione in Africa e sull'Africa: progetti di sviluppo nell'area Sub-Sahariana e attività di comunicazione e sensibilizzazione nel resto del mondo, allo scopo di diffondere la positività della cultura africana.
La soluzione dei problemi dell'Africa verrà dall'interno di questo continente.
In Africa ci sono moltissime persone che stanno lavorando con professionalità e spirito di servizio per il bene comune delle loro società: vogliamo aiutarli e farli conoscere nel resto del mondo, per mostrare che non è vero che l'Africa sia una tragedia senza fine.
Comunicare è un modo efficace di cooperare: far conoscere nel mondo dei media gli africani che si sono fatti carico dello sviluppo dei loro Paesi è un modo per vivere la solidarietà.
Nella lingua swahili harambee s ignifica tutti insieme.
E' il grido dei pescatori quando tirano a riva le reti; il passaparola quando è necessario intraprendere un lavoro di utilità comune: aiutare una famiglia in difficoltà, costruire una scuola, un edificio di culto, una casa...
Ciascuno offre quello che può, contributi in denaro o in natura, ma tutti insieme: tutti danno e tutti ricevono.
Tutti insieme, perché grazie a tanti africani capaci di fare progetti di sviluppo sta nascendo una nuova speranza per l'Africa.
Harambee svolge le sue attività in collaborazione con l'Istituto per la Cooperazione Universitaria di Roma (
ICU ), che da anni lavora nel campo dell'educazione e della cooperazione in Africa.
Una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo
«Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo. I cristiani — pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo — devono coincidere nel comune desiderio di servire l'umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini». (È Gesù che passa, 167)
Mettere in pratica il comandamento nuovo dell'amore
«Si comprendono benissimo l'impazienza, l'ansia, i desideri inquieti di coloro che, con un'anima naturalmente cristiana (cfr. Tertulliano, Apologeticum, 17 —PL 1, 375—), non si rassegnano di fronte all'ingiustizia personale e sociale che il cuore umano è capace di creare. Sono tanti i secoli della convivenza degli uomini, e tanto è ancora l'odio, tante le distruzioni, tanto il fanatismo accumulato in occhi che non vogliono vedere e in cuori che non vogliono amare. Vediamo i beni della terra divisi tra pochi e i beni della cultura chiusi in cenacoli ristretti. Fuori, c'è fame di pane e di dottrina; e le vite umane, che sono sante perché vengono da Dio, sono trattate come cose, come numeri statistici. Comprendo e condivido questa impazienza: essa mi spinge a guardare a Cristo che continua a invitarci a mettere in pratica il comandamento nuovo dell'amore».(È Gesù che passa, 111)
Una razza, una lingua, un colore
«Nostro Signore è venuto a portare la pace, la buona novella, la vita a tutti gli uomini. Non ai ricchi soltanto, e nemmeno soltanto ai poveri. Non solo ai sapienti, né solo agli ingenui. A tutti. Ai fratelli, perché siamo tutti fratelli, figli di uno stesso Padre, Dio. Per cui non c'è che una razza: la razza dei figli di Dio. Non c'è che un colore: il colore dei figli di Dio. E non c'è che una lingua: quella che parla al cuore e alla mente e, senza suono di parole, ci fa conoscere Dio, e fa sì che ci amiamo scambievolmente». (È Gesù che passa, 106).
La nostra vita è un servizio
“Tutta la nostra vita, figlie e figli miei, è questo: un servizio con fini esclusivamente soprannaturali, perché l’Opus Dei non è né mai sarà —non può assolutamente esserlo— uno strumento temporale; ma è allo stesso tempo un servizio umano, perché voi non fate altro che cercare di raggiungere la perfezione cristiana nel mondo in un modo pulito, con la vostra iniziativa liberissima e responsabile in tutti i campi dell’agire civile. Un servizio abnegato, che non svilisce ma educa, allarga il cuore – lo fa romano nel senso più alto del termine – e porta a cercare l’onore e il bene della gente di ogni nazione: perché ci siano ogni giorno meno poveri, meno ignoranti, meno anime senza fede, meno disperati, meno guerre, meno incertezze, più carità, più pace”. (San Josemaría Escrivá, Lettera 31-V-1943, n. 1 in: Illanes J.L., Ocáriz F., Rodríguez P., L’Opus Dei nella Chiesa, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1993, p.186).
Dove c’è povertà, tristezza e dolore
«L’Opus Dei” deve essere presente "dove c’è povertà, dove manca il lavoro, dove c’è tristezza e dove c’è dolore, per fare in modo che il dolore venga vissuto con gioia, che la povertà scompaia, che non manchi il lavoro — formiamo le persone perché lo possano trovare —, e per fare in modo che Cristo entri nella vita di ciascuno, nella misura in cui ciascuno lo vuole, perché siamo molto amici della libertà» (da "Uno sguardo verso il futuro dal cuore di Vallecas", Madrid 1998, p. 135, parole pronunciate il 1-X-1967).
Lottare contro la fame, l’ingiustizia e l’ignoranza
— E come possiamo lottare efficacemente – domandò qualcuno dal fondo della grande sala — contro la fame, l’ingiustizia e l’ignoranza?. — «Figlio mio, stiamo cercando di farlo. Siamo una forza santa, soprannaturale. Cerchiamo di fare in modo che nel mondo ci siano meno poveri, meno ignoranti, più giustizia; e ti dirò che il primo mezzo è la preghiera, la mortificazione. Le puoi mettere in pratica nel tuo lavoro, facendolo al meglio. E poi trattando tutti con affetto, con un’amicizia fedele, pulita, umana e soprannaturale. A poco a poco ce la faremo, senza violenza: la violenza porta solo il disordine e orrori anche più grandi di quelli che vuole evitare» (da "Uno sguardo verso il futuro dal cuore di Vallecas", Madrid 1998, p. 135, parole pronunciate il 1-X-1967).